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Il sovrappeso: il cibo può sedare il mio dolore?

Il sovrappeso: il cibo può sedare il mio dolore?

Il mangiare sedativo e consolatorio è frequente anche in soggetti in sovrappeso, e non soltanto obesi: spilluzzicare, mangiare di notte, fare diete drastiche, sono alcuni dei comportamenti che vengono attivati.

Gli alimenti vengono divisi in “buoni” (a basso apporto calorico) e “cattivi “(ad alto valore calorico). Si ingaggia una lotta sul campo contro i cibi cattivi per far vincere i buoni, con il risultato che si perde sempre! La relazione con il cibo è caratterizzata dal controllo e non controllo della loro assunzione, con conseguenti ricadute sul tono dell’umore, fatte di fiducia in sé stessi (se riesco a controllare) e senso di sfiducia e di incapacità (se non sono riuscito/a a controllare). Questo tipo di atteggiamento alimenta il desiderio verso i cibi vietati e si arriva al paradosso secondo cui “più mi nego qualcosa, più la desidero, più ne vengo travolto” (Nardone, Balbi 2008). Più la mente si sforza di controllare il desiderio e più il desiderio della pancia cresce perché “i piaceri più intensi sono quelli provenienti dal ventre” (Epicuro). In altre parole, l’eccesso di controllo conduce sicuramente alla sua perdita.

Vanessa: una maschera di dolore in faccia

Entra Vanessa e mi espone un problema: da alcuni mesi ha un rapporto compulsivo con il cibo, desidera chiudersi fuori dal mondo e mangiare, mangiare, mangiare….  Ha perso il suo equilibrio alimentare che prima aveva e si è buttata sul cibo e sul lavoro, solo lavoro e lavoro, nessuno svago

La ricerca di capire come mai fosse arrivata a questo punto fa emergere un problema, che irrompe in tutta la sua forza in seduta, come un uragano, un terremoto, uno tsunami: un lutto della madre non risolto, improvviso, a cui non era preparata e che non si aspettava … Come reazione, ha cercato di distrarsi, di non avere un momento libero, di tenersi occupata per non pensare, per non fermarsi a ricordare, per non disperarsi.
Attraverso il cibo, cercava di sedare il dolore senza incontrarlo, cercando addirittura di cancellarlo.

Il cibo era solamente la punta dell’iceberg: il problema è stato individuato e si può
risolvere solamente attraversandolo.

La prima indicazione è quella di concedersi quello che non si era mai concessa, per paura di esserne sopraffatta: il dolore per una perdita essenziale.

Le suggerisco di dedicare a questo contatto con il dolore mezz’ora del suo tempo: in tale tempo dovrà abbandonarsi al dolore, al rimpianto, alla malinconia e, per aiutarsi a farlo, passare in rassegna tutti i bei momenti che aveva trascorso con lei e di cui conserva un ricordo vivo e struggente.

Le sue lacrime si sarebbero trasformate, piano piano, in perle: il dolore sarebbe decantato per trasformarsi, gradualmente, in rassegnazione, poi in accettazione. Qualora questo processo non si fosse potuto realizzare, il dolore si sarebbe trasformato in un veleno interno, una sorta di sensazione costante di ingiustizia, di rabbia repressa, di malinconia inconsolabile e fatta di rimpianti.

Vanessa accetta, dopo qualche esitazione: teme che farà fatica ma al tempo stesso prova irritazione per la sua condizione attuale, per essersi lasciata andare, per essersi così chiusa al mondo,” per morire con lei “, aggiunge, tra le lacrime.

Ritorna dicendo che ha fatto fatica a farlo, che è stata dura, ha dovuto vincere una resistenza che si era costruita contro la sofferenza, ma che, piano piano, si è sentita sollevata da un peso, da un macigno addirittura, che è diventato sempre più leggero …

Resta comunque fissata su una propensione a non concedersi il piacere nel cibo e neppure nelle attività quotidiane, ma solo doveri (lavoro) e cibi sani (non piacevoli).

Più cercava di tenersi lontana dai cibi non sani e di frenarsi e più si abbuffava su essi, sentendosi in colpa appena dopo averli assunti.

La proposta di iniziare un nuovo regime alimentare, la dieta paradossale, la incuriosisce e decide di provarlo.

La prescrizione è la seguente: le chiedo di mangiare solo ciò che le piace di più, dentro ai tre pasti principali, senza alcuna limitazione né di quantità né di qualità. La prescrizione ha un effetto paradosso perché, concedendoseli, i cibi proibiti diventano sempre meno desiderabili e per questo più. gestibili Ottiene l’effetto di bloccare la tentata soluzione disfunzionale del controllo alimentare che porta alla perdita di controllo.  Produce un effetto di autoregolazione, per cui, gradualmente, ciò di cui ha bisogno l’organismo e ciò che piace alla persona tornano a coincidere.

Vanessa appare più distesa e rilassata: sta riprendendo a gustare i cibi che le piacciono e si accorge, a differenza di prima, di non provare più alcun senso di colpa.

Il desiderio di piacere, una volta accettato e concesso, si sta espandendo anche sulla sua vita in generale: non si concentra più solo sul lavoro, ma desidera riprendere amicizie che aveva interrotto e dedicarsi a qualche hobby. 

Ci salutiamo: ci vedremo tra tre mesi per un controllo sulla stabilità dei risultati.

La maschera iniziale di dolore ha lasciato finalmente spazio al suo vero volto e al suo sorriso!

Spunti bibliografici
Nardone, Verbitz, Milanese. 1999.Le prigioni del cibo. Ponte alle Grazie
Nardone, 2003. Al di là dell‘amore e dell’odio per il cibo. Bur
Nardone, 2007. La dieta paradossale. Ponte alle grazie
Bergami, Bossi, Ongaro, Rossi, Speciani, 2014. Dieta o non dieta. Ponte alle Grazie
Nardone, Speciani, 2015. Mangia, muoviti, ama. Ponte alle Grazie
Milanese, 2020. L’ingannevole paura di non essere all’altezza. Ponte alle Grazie

Dottoressa Pierangela Bonardi
Psicologa Psicoterapeuta - Parma - Reggio Emilia

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Dott.ssa Dott.ssa Pierangela Bonardi
Iscritta all'Ordine degli Psicologi della Regione Emilia Romagna 0907 dal 08/06/1993
Iscritta all'Albo Psicoterapeuti Emilia Romagna (03/03/1995)
Laureata in Pedagogia e Psicologia, Specialista in Psicoterapia Breve Strategica
Consulente del Tribunale di Reggio Emilia

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